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Paolo Borsellino - Era mio padre: il documentario su Dplay Plus

Il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino moriva nella Strage di via D'Amelio: attraverso una lunga lettera scritta dal figlio Manfredi, ricostruiamo la vita privata del magistrato antimafia.

Una giornata di riflessione, di lutto, di ricordi. Il 19 luglio 1992 moriva in un attentato Paolo Borsellino in quella che è passata alla storia come la Strage di via D’Amelio. A 28 anni da quel vigliacco attentato che risultò fatale anche per cinque uomini della sua scorta, è in uscita su Dplay Plus “Paolo Borsellino - Era mio padre”, disponibile dal 18 luglio.

Attraverso una lunga lettera scritta dal figlio di Paolo Borsellino, Manfredi, viene ricostruita con filmati originali e testimonianze di amici più cari la vita privata del magistrato antimafia. 

Ma non finisce qui. Renderemo omaggio alla memoria di Paolo Borsellino anche con il documentario di Alexander Stille "In un altro Paese" e con gli scatti di Letizia BattagliaPer guardarlo senza pubblicità puoi andare su Dplay Plus.

CHI ERA PAOLO BORSELLINO: IL DOCUMENTARIO SU DPLAY PLUS

Nato a Palermo il 19 gennaio 1940, ad appena 23 anni vince il concorso e diventa il più giovane magistrato d’Italia. A 39 anni, dopo un inizio di carriera dedicato alle cause civili, comincia ad occuparsi di mafia e di appalti a Palermo. Siamo in un periodo storico che vede la mafia mutare radicalmente, con i Corleonesi di Totò Riina che prendono sempre più il controllo del territorio. Borsellino inizia a collaborare con Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo. Un incontro, questo, fondamentale per la vita di Borsellino che in Chinnici vede quasi una figura paterna.

La lotta alla mafia subisce un’improvvisa accelerata. Se fino ad allora regnava la rassegnazione e l’idea che contro la criminalità organizzata non si potesse fare nulla, la nascita di un Pool antimafia formato da coraggiosi magistrati e dotato di nuove regole e strumenti cambia completamente le carte in tavola. 

LA STORIA DI PAOLO BORSELLINO E GIOVANNI FALCONE NEL DOCUMENTARIO IN UN ALTRO PAESE SU DPLAY PLUS

Immediatamente emerge la personalità di due giudici istruttori su tutti: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Due infaticabili lavoratori, uomini onesti e brillanti che colpiscono Cosa Nostra nel suo punto debole: i soldi. Iniziano così le indagini su conti bancari e appalti, e la reazione della mafia non tarda ad arrivare. Il 29 luglio 1983 Rocco Chinnici diventa il primo uomo ucciso da un’autobomba. Al suo posto viene scelto Antonino Caponnetto, considerato al di sopra di ogni sospetto e appoggiato anche da Borsellino e Falcone. E infatti sotto la sua guida arrivano risultati straordinari. Il 10 febbraio 1986 prende il via il più importante processo contro la mafia mai visto fino ad allora, svoltosi in un’aula bunker costruita ad hoc accanto al carcere dell'Ucciardone. 

Grazie anche alle rivelazioni del pentito Tommaso Buscetta vengono messe alla sbarra 475 persone. Dopo oltre 22 mesi, il processo si conclude il 16 dicembre 1987 con la sentenza della corte d’assise (confermata cinque anni più tardi dalla Cassazione) che ordina 19 ergastoli per i componenti della cosiddetta “cupola” e 2665 anni di carcere ad altri 339 imputati.

Intanto il 4 agosto 1986 Borsellino aveva ottenuto l’incarico di procuratore capo a Marsala. Una scelta che aveva fatto discutere e generato polemiche a non finire. Ma no, Borsellino non aveva abbandonato Palermo e il Pool antimafia in un momento delicatissimo. La sua è infatti una scelta mirata per continuare a ledere gli interessi della mafia e di Cosa Nostra. Di fatto continua il lavoro iniziato a Palermo e diventa ancor di più un nemico della criminalità. 

Il 19 gennaio 1988 Borsellino deve mandar giù un boccone amarissimo. Il posto di Antonino Caponnetto come nuovo consigliere istruttore della Procura di Palermo viene assegnato ad Antonino Meli, preferito a Giovanni Falcone. 

Quando Giovanni Falcone - dirà Borsellino il 25 giugno 1992, un mese dopo l’assassino di Falcone - solo per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il CSM con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. Falcone concorse. Qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il CSM ci fece questo regalo: gli preferì Antonino Meli

Il 1° febbraio 1991 Borsellino viene chiamato a Roma per lavorare all’idea di una super procura antimafia. Un progetto a cui non farà nemmeno in tempo a dedicarsi. Il 23 maggio 1992 muore una parte di Borsellino: Giovanni Falcone, mentre è in macchina di ritorno da Roma, viene ucciso da cinque quintali di tritolo al chilometro 5 della A29, nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine. Nell’attentato perdono la vita anche la moglie di Falcone, Francesca Morvillo, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. 

Per Borsellino è un colpo durissimo. Se ne va un collega, un amico, un fratello. Ma nonostante una parte di lui si spenga, riprende a lavorare con ancora più forza per scoprire chi ci sia dietro la Strage di Capaci. Sa di non avere tempo, di avere le ore contate e di essere sempre più solo. Anche i pentiti iniziano a vacillare. Celebre la frase pronunciata al pentito Vincenzo Calcara: "Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore solo una volta". 

Il 23 giugno 1992, alla Veglia per Giovanni Falcone tenutasi presso la Chiesa palermitana di Sant’Ernesto, Borsellino pronuncia questo discorso rimasto scolpito nella storia

La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità

Il 19 luglio 1992, appena 57 giorni dopo la morte di Falcone, Borsellino viene ucciso a Palermo in via Mariano D'Amelio. Un’esplosione provocata da 100 kg di tritolo toglie la vita anche ai cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. In lacrime Antonino Caponetto riesce solo a dire: “È finito tutto”. Ma no, non è finito tutto. Perché uomini come Borsellino e Falcone, i loro messaggi e i loro insegnamenti sopravvivono in eterno

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